Per una volta proviamo a parlar di filosofia. Per una volta proviamo di addentrarci nel segno della “Critica alla Ragion Pura” di Kant, il testo del filosofo tedesco che indagò le strutture della mente umana, e a coglierne qualche frammento.
Dall’opera emerge chiaramente quello che fu il cruccio di Kant per tutta la vita: il limite della conoscenza umana. Ci muoviamo su un terreno minato, quello della distinzione tra il fenomeno e il “noumeno”: fenomeno è ciò che appare, è l’oggetto dell’esperienza sensibile, mentre noumeno è la cosa in sé, qualcosa che non dipende dal soggetto, ed è inconoscibile perchè non riferito alla mia attività conoscitiva, ma slegato, a sé stante.
Alla domanda come sia possibile la conoscenza umana, Kant rivoluziona il tradizionale punto di vista: è il soggetto a costruire l’oggetto, e non viceversa, è il soggetto che riceve il materiale dell’esperienza e che lo costruisce in base alle sue forme mentali; certo, le cose non le creo io, esistono indipendentemente da me, come “cose in sé”; io non le produco, ma le costruisco per me, e gli altri le costruiscono come me perché hanno strutture mentali identiche che garantiscono che la conoscenza sia oggettiva, cioè universalmente valida: tutti gli uomini percepiscono le cose nello spazio e nel tempo, tutti gli uomini intuiscono il principio di causalità, o il concetto di unità, di pluralità, e così via.
Dunque per Kant noi non possiamo conoscere le cose come sono in sé (il noumeno), ma solo come ci appaiono (il fenomeno). E possiamo conoscerle solo come “fenomeno” perché siamo noi a stabilire le leggi generali che regolano il mondo fenomenico, nel senso che queste leggi derivano dal nostro modo di concepire la realtà, sono la nostra forma di conoscenza. Kant teorizza che le conosciamo a priori, ossia prima e indipendentemente dall’esperienza, perché non ci derivano dall’esperienza ma sono leggi che il nostro intelletto impone all’esperienza. Proviamo con alcuni esempi: ancor prima di entrare in una stanza buia, sappiamo a priori senza sperimentarlo, che qualsiasi cosa che eventualmente troveremo, sarà nello spazio; ancor prima di sapere quale sarà la forma concreta di un oggetto (lo sapremo solo con l’esperienza), sappiamo a priori senza sperimentarlo che tutti gli oggetti hanno una forma; a priori sappiamo che tutti i corpi sono estesi e per saperlo non occorre appoggiarsi a fatti empirici, ma solo al concetto stesso di corpo presente nella mente (nel concetto di corpo è già implicito il concetto di estensione); ancor prima di gettare l’acqua sul fuoco, a priori sappiamo che sarà la causa di qualcosa, perché il principio di causalità ci dice a priori che ogni cosa ne causa un’altra; solo a posteriori (dopo averlo sperimentato) potremo sapere l’effetto (il fuoco si spegne), ma a priori potevamo già dire che qualcosa l’avrebbe causato (perché a monte rispetto l’esperienza, sappiamo già che il mondo intorno a noi è un insieme di rapporti di causa ed effetto).
Il concetto di causalità non lo tiriamo fuori dall’esperienza, per Kant ce l’abbiamo già nella testa, è un concetto puro, innato: quale effetto deriverà da quella causa lo posso solo sapere dall’esperienza, ma che ci sarà una causa lo so a priori. Non è quindi il fatto che io veda A e B in rapporto di causa ed effetto che mi da il concetto di causalità, ma è il fatto che io abbia insito in me il concetto di causalità che mi rende possibile l’esperienza, cioè il vedere A e B in rapporto di causalità. Prima c’è il concetto di causalità, poi l’esperienza. Nell’immagine della stanza buia, sono le nostre strutture mentali a costruire prima lo spazio, e solo dopo le cose immerse in esso: lo spazio non esiste oggettivamente, è un’intuizione pura, a priori, è una forma della nostra conoscenza.
Così, conosciamo le strutture della realtà fenomenica perché siamo noi a imporle, anzi, paradossalmente, si identificano con le strutture della nostra mente. Le leggi della realtà sono le leggi del pensiero, la realtà fenomenica è come la pensiamo.
Ma il mio processo di costruzione dell’oggetto riguarda il fenomeno, non il noumeno. Per Kant non si possono conoscere le cose in sè, ma solo pensarle: penso che al di là della penna conosciuta fenomenicamente, c’è la penna in sé, posso pensarla e tuttavia non posso conoscerla; la mia mente non può” vederla “per come è in realtà, perché dovrei avere una forma di conoscenza (un concetto puro), slegata dal contenuto della penna, senza relazione con essa: dovrei avere il noumeno. La cosa in sé è come un oggetto mai visto contenuto in una scatola e il noumeno è il pensiero dell’oggetto che tuttavia non può essere visto.